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TA'ZIYE

TA'ZIYE è lo spettacolo che segna l'approdo di Kiarostami alla regia ed
all'ideazione scenica. In anteprima mondiale, negli spazi en plein air antistanti
l'opera è prodotta dal Teatro di Roma in collaborazione
con Taormina Arte.

: : biografia

Il Ta’ziyé è l’unica forma di drammaturgia tradizionale
originata dal mondo islamico.
E’ essenzialmente un teatro rituale - una vera e propria cerimonia di lutto
- e la sua forma e il suo contenuto affondano le loro radici profondamente nella
tradizione religiosa.
Una rappresentazione sacra con una spiccata tradizione, legata agli eventi tragici
della storia dell’Islam, che mette in scena il martirio dell’imam
Hossein (nipote del Profeta Maometto, figlio di Alì e secondo imam degli
sciiti), accaduto nel VII secolo dopo Cristo. Pur essendo islamico, si tratta
di qualcosa di profondamente persiano e trae la sua ispirazione fondamentalmente
da questo patrimonio politico e culturale.
L’omicidio di Hossein e l’eccidio di Kerbala furono l’epilogo
di una lotta scatenatasi per il controllo della comunità musulmana nascente,
all’indomani della morte di Maometto e che sancì la definitiva divisione
dei musulmani in sunniti e sciiti. I primi sposavano la antica tradizione araba
della successione per elezione, i secondi desideravano che la successione avvenisse
per via ereditaria, sulla base dei legami di sangue col Profeta.
Dal X secolo, quando in Iran e a Bagdad i musulmani sciiti salirono al potere,
i gruppi di lutto dell’imam Hossein iniziarono la loro attività in
ricordo del martirio.
Dal periodo Safavì, (XV secolo) questa caratteristica forma di rappresentazione
scenica s’ispirava inizialmente ai racconti epici di Siyavash dell’Iran
antico.
All’inizio della dinastia di Nasserddin Shah nel 1906, furono costruiti
più di trenta “tekkiyè”, cioè luoghi delle rappresentazioni
del Ta’ziè.
Lo scià Nasserddin pensò ad un luogo adatto alle rappresentazioni
teatrali e costruì uno spazio molto simile all’Albert Hall di Londra.
Ma siccome i religiosi si opponevano a questo progetto, egli dedicò questo
luogo alle recite del Ta’ziyé. Il “tekkiyè statale”,
che molti stranieri paragonarono all’Arena di Verona, era una costruzione
di tre piani, rotonda con un raggio di 60 metri e una altezza di 24. Gli attori
recitavano il Ta’ziyé su una pedana. Lo spettacolo non aveva scenografie
ed era totalmente narrativo e veniva arricchito nella esecuzione da canti e poesie.

Da quel tempo, è consuetudine che il gruppo che rappresenta la famiglia
dell’imam ovvero le anime pure, si vestano di verde, mentre i generali e
l’esercito di Yazìd, l’imperatore della terra dell’Islam,
si vestano di rosso, con l’obiettivo di aiutare gli spettatori ad identificare
i ruoli.
Il rosso è simbolo di sangue e peccato mentre il verde è segno della
purezza e dell’innocenza. Inoltre gli abiti degli attori non sono più
quelli del VI secolo, ma del periodo Ghajar (fine Ottocento e inizio del Novecento)
quando le storie del Ta’ziyé assunsero la forma di un canovaccio
scritto.
Gli Olià (cioè i membri della famiglia dell’imam Hossein)
cantano sulle basi della tradizione musicale iraniana, mentre i soldati di Yazìd,
Shemr ed Ebne Saad si esprimono attraverso la prosa melodica e non cantano.


Di solito il suono di un tamburo accompagna il canto, come pure indica che il
dramma sta per cominciare. Secondo molti studiosi è grazie proprio al
Ta’ziyè che gran parte del repertorio musicale persiano classico
è pervenuto fino a noi.
Il Ta’ziyé che nel tempo assunse una sua costruzione drammaturgica,
si adattò anche per le recite comiche e per drammi di altro contenuto,
ma non modificando la sua struttura per le vicende che raccontavano l’eccidio
nella pianura di Karbala, compresi i testi di Soleyman Nabi o Hallaj, un filosofo
del X secolo.
In questo modo il dramma musicale religioso maturò in Iran. E a tutt’oggi,
nessun paese musulmano ha una forma drammaturgica così solida.
Uno dei maggiori scrittori di Ta’ziyé è Mostafà Kashanì.

E in questo spettacolo abbiamo attinto ai suoi scritti soprattutto nei dialoghi
tra Shemr e Yazìd.
Dopo la distruzione del “tekkiyè statale”, cioè all’epoca
dell’instaurazione della monarchia costituzionale, il Ta’ziyé
si trasferì nei villaggi e in piccoli centri.
Le necessità sceniche diminuirono e il rapporto tra gli attori si trasformò
a tal punto che lo straniamento entrò a far parte dello spettacolo stesso.

Per esempio, fino a qualche tempo fa, gli attori si esibivano con l’ausilio
di megafoni elettrici e ora il microfono e gli altoparlanti fanno parte delle
abituali necessità tecniche di queste rappresentazioni. L’imam
Hossein parla con Shemr o il gruppo dei nemici, con il microfono in mano. Ma,
a causa del credo religioso degli attori stessi, quelli che interpretano i cattivi,
sia nel testo che nelle azioni, trattano l’attore che impersona il santo
con molto rispetto e al momento della scena del martirio, loro stessi si chinano
e piangono, baciando il volto dell’imam.
Queste scene di straniazione non tolgono nulla dall’effetto che lo spettacolo
ha sul pubblico anzi, incredibilmente ne aumentano la loro reazione.
Per gli iraniani, il Ta’ziyé è una rappresentazione simile
a un rito di purificazione.

ABBAS KIAROSTAMI
(traduzione dal farsì di Babak Karimi)

 

 

   

:: Descrizione spettacolo

"Il pubblico si siede davanti allo schermo proprio perché desidera
restare bloccato sulla poltrona ma al contempo viaggiare con la mente. Altrimenti
non ha senso che il pubblico entri nelle sale cinematografiche, perché
questo viaggio lo può fare da solo, all'esterno del cinema. Adesso che
l'abbiamo inchiodato su questa sedia, abbiamo il dovere di fargli fare questo
viaggio".

Sono parole di Abbas Kiarostami (Iran, 1940), pluripremiato regista iraniano,
Palma d'Oro a Cannes nel 1997 per "Tam' e Guillas", uno dei più
geniali cineasti contemporanei che riesce a capitalizzare al meglio la variegata
molteplicità delle offerte della macchina cinematografica. Autore di un
cinema profondamente umanista, dietro un'apparenza di semplicità assoluta,
è abituato a lavorare con il minimo dei mezzi disponibili, in un paese
pieno di problemi come l'Iran. È straordinario nel filmare i gesti più
elementari e non si cura che in minima parte dell'aspetto tecnico, ingaggia soltanto
attori non professionisti in molti casi presi dalla strada. La critica internazionale
grida al miracolo per ogni suo nuovo film.


Yazìd, califfo dell’impero islamico, entra in scena. Si siede sul
suo trono e inizia ad inveire verso i presenti. Shemr, uno dei generali dell’esercito
di Yazìd, con l’uniforme militare di colore rosso che si trova in
compagnia di alcuni bambini fatti suoi prigionieri, si fa avanti e annuncia la
notizia della vittoria della guerra nel deserto di Karbala.
Segue tra i due un dialogo molto serrato.
A quel punto, Shemr racconta in modo solenne la caduta dei sostenitori del l’imam
Hossein e della sua famiglia. Attraverso le parole di Shemr, che è l’assassino
del Santo Hossein, si entra nel vivo del racconto della battaglia.
L’imam Hossein sta dormendo nella sua tenda e degli angeli giungono a sventolarlo
perché possa avere refrigerio. Intanto Ebne Saad, uno dei generali di Yazìd,
circonda la tenda. Zeynàb - sorella dell’imam - lo sveglia.
L’imam sale sul suo cavallo bianco di nome Zolgenà, chiama a sè
il suo avversario Ebne Saad e gli chiede di permettergli di andare via da quel
deserto e concedergli dell’acqua, in quanto da tempo sono state bloccate
tutte le condutture. Ebne Saad si rifiuta e dice che l’imam non ha altra
scelta che riconoscere il potere di Yazìd, ma l’imam non accetta
nessuna condizione e fa ritorno nella sua tenda.
Sua moglie Sharbanù gli dice che il figlio Ali Asghar sta morendo nella
culla di fame e di sete. L’imam prende in braccio il piccolo, va verso l’esercito
nemico e chiede dell’acqua per salvarlo. Invece dell’acqua uno dei
suoi avversari scocca una freccia e con essa taglia la gola del bambino.
Hossein torna alla tenda piangendo. Qui saluta i suoi cari e indossa la vecchia
divisa di famiglia. Si dirige verso l’esercito nemico domandando invano
se c’è qualcuno ancora disposto ad aiutarlo.
Poi, solo e con coraggio, combatte contro i soldati nemici.
L’arcangelo Gabriele gli appare e cantando gli dice: “Oh imam! Se
continui a combattere con tanta forza, non rimarrà in piedi più
nessuno dell’esercito nemico. Tu, invece, avevi promesso di essere disposto
a sacrificarti fino al martirio”.
L’imam ascolta il messaggio divino. Dice addio alla sua invincibile spada
Zolfaghàr e al cavallo Zolgenà e cade dalla sella, sanguinante.

Inizia il martirio: l’esercito nemico lapida il corpo dell’imam Hossein
che perde i sensi. A questo punto Ebne Saad offre il proprio pugnale a tutti i
generali presenti per infliggere l’ultimo colpo al corpo, ma nessuno si
fa avanti, fuorché Shemr, che afferra il pugnale e si scaglia contro l’imam.

A questo punto, la scena si sposta in un altro luogo. Un Maharaja indiano accompagnato
dal suo ministro, sta attraversando il deserto, quando viene improvvisamente attaccato
da un leone. I due invocano l’aiuto dell’imam Hossein che appare loro
e caccia indietro il leone, salvando i due viaggiatori. L’Imam parla con
l’animale: gli racconta che è destinato al martirio e che perderà
tutti i suoi compagni in battaglia. Non resterà nessuno a seppellire i
loro corpi.


Torniamo alla scena del martirio.
L’imam è svenuto. Shemr con il pugnale in mano cammina verso di
lui per tagliargli la testa. Un bambino fugge dalle mani di sua zia Zeynàb,
e corre verso l’imam: è suo nipote ed è preoccupato per
suo zio.
Shemr stacca il bambino dalle braccia dell’imam e con brutalità
gli taglia la testa.
Un gruppo di soldati circonda l’imam. Shemr si fa spazio tra loro e ad
ogni colpo del suo pugnale una colomba prende il volo a simboleggiare l’ascesa
al cielo dell’anima del santo Hossein.
La sua testa è infilzata su una lancia. Gli uomini indietreggiano. Il
suo corpo decapitato è a terra insieme a quello dei suoi compagni.
Tutta questa scena è raccontata da Shemr nella reggia di Yazìd.

Successivamente Shemr e i suoi soldati danno fuoco alla tendopoli dell’imam.
Sua moglie Sharbanù, in sella a Zolgenà, attraversa il blocco
dei soldati, sparendo all’orizzonte.
In questo frangente ritorna il leone e seppellisce i corpi dei caduti.

Teatro Antico - 13/07/03- 21,30

: : Cast
domenica 13 e lunedì 14 luglio

TA'ZIYE

allestimento scenico e regia di ABBAS KIAROSTAMI

coproduzione Teatro di Roma - Taormina Arte