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UTO UGHI

di Matteo Pappalardo

La personalità

Talento e temperamento. Potremmo partire così per cominciare a parlare di Uto Ughi e del suo particolarissimo (per molti aspetti, unico) modo di concepire la vita e la musica: perché coincidono - come non sempre accade nel mondo dell'arte - nel violinista di Busto Arsizio (ma di genitori istriani) l'indole di musicista e di uomo. Fuori dagli schemi, controcorrente e senza mezze misure, Ughi ha mostrato durante tutta la sua splendida carriera (che proprio quest'anno compie 50 anni. Auguri!) di mal tollerare la diplomazia e le frasi di circostanza che pure farebbero comodo soprattutto a chi è perennemente al centro dell'attenzione.
Ma lui è fatto così.
Incontrandolo, alla fine di una delle sue numerose esibizioni messinesi al Tempio di S. Francesco all'Immacolata (già, perché nel maggiore teatro peloritano, il "Vittorio Emanuele", si rifiuta di suonare <per la pessima acustica>), non esitò a scagliarsi contro l'allora vicepresidente del Consiglio (nonché ministro dei Beni Culturali) Veltroni per la scarsa attenzione manifestata nei riguardi della musica classica (e a favore di quella rock e pop), <ignorando - sbottò - completamente il fatto che l'Italia, insieme con la Germania, abbia la più grande tradizione…>. <A me sembra - continuò, in quella occasione - che fino ad ora sia stata demonizzata (o meglio, eliminata) solamente la musica classica. Mi dica lei - ci chiese polemicamente - quando la tv, la radio o le pagine degli spettacoli spendono mezza parola sulla musica classica…? Soltanto per i grandi eventi. Ma non sono i grandi eventi a formare la cultura musicale: l'evento è qualcosa di superficiale, di effimero…>.
Prendendo le distanze da Muti, riguardo l'opportunità di chiudere molti dei Conservatori (perché produrrebbero, secondo il celebre direttore d'orchestra, troppi disoccupati) del nostro Paese: <Queste prese di posizione - ci disse a cuore aperto, Ughi - così disfattiste e negative aiutano la musica classica a morire. Secondo me - proseguì - i Conservatori vanno rinnovati, nei programmi e nella qualità dei docenti, almeno; ma volerli chiudere significa voler dare un altro colpo alla musica. Già hanno eliminato le orchestre, perché dicevano che non andavano bene, facendo perdere un pezzo storico del sinfonismo italiano…: senza che nessuno dicesse una parola! E qui la colpa è anche di Muti che, invece di protestare energicamente, è stato zitto>. E da Giulini, che aveva avuto modo di dire che <la musica degli ultimi cinquant'anni era da buttare>: <Sono posizioni disfattiste, presuntuose anche, che non fanno bene alla musica. C'è sicuramente una crisi di creatività - riconobbe il grande violinista in quella circostanza - dovuta all'edonismo, al materialismo della vita di oggi; ma fare questo tipo di affermazioni è ingiusto e pericoloso. Ci sono molti giovani di grande talento che meritano di essere aiutati da parte di tutti noi>. Dichiarazioni, queste, che - pubblicate nella pagina degli Spettacoli della "Gazzetta del Sud" (edizione del 15 novembre 1996) - fecero molto discutere, non tanto per il loro contenuto (sembrava evidente a molti, infatti, che Ughi avesse ragione) quanto per il modo deciso con i quali aveva espresso il suo punto di vista.

La carriera

Abituato a sbalordire Ughi lo è sempre stato: a partire da quando, ad appena sette anni (dunque, nel 1951), al Teatro Lirico di Milano, eseguì - lasciando i presenti a bocca aperta - la Ciaccona dalla Partita N. 2 (destinata a rimanere uno dei suoi "pezzi forti") di J. S. Bach e alcuni Capricci di N. Paganini. A dodici anni, poi, la critica lo considerava già un "concertista artisticamente e tecnicamente maturo". Da allora, la sua carriera non ha conosciuto soste né pause. Allievo prediletto - alla Chigiana e a Parigi - di George Enescu (straordinario violinista e importante compositore rumeno, scomparso nel 1955, autore tra l'altro di 2 Rapsodie Rumene e di un Concerto per violino parecchio eseguito e già maestro di Y. Menuhin), ha continuato gli studi, prima, con l'assistente di Enescu, Y. Astruc; e, poi, al Conservatorio di Ginevra con C. Romano, allievo di Carl Flesch; completando la sua formazione studiando Composizione con Bruno Bettinelli e Pianoforte con Carlo Vidusso al Conservatorio "G. Verdi" di Milano e successivamente a Vienna. In cinquant'anni di carriera (se consideriamo l'eccezionale debutto milanese), Ughi ha tenuto concerti un po' ovunque, diretto dai maggiori direttori e con le principali orchestre del mondo: citarne alcune soltanto non avrebbe senso e non renderebbe giustizia alle altre. Così come copiosa è la sua attività discografica, quanto mai apprezzata dal pubblico e dalla critica. Per la salvaguardia del patrimonio artistico nazionale ha fondato nel 1979 il Festival "Omaggio a Venezia", nell'ambito del quale ha istituito, con Bruno Tosi, il Premio "Una vita per la Musica". Tra i tanti riconoscimenti, da rimarcare quelli conferitigli nel 1978, quando viene eletto Accademico effettivo di S. Cecilia, e nel 1997, allorchè il Presidente della Repubblica gli ha conferito l'onoreficenza di Cavaliere di Gran Croce per i suoi meriti artistici.

La curiosità

Suona due violini di straordinario pregio: un Guarnieri del Gesù del 1744 ex Grimiaux; e uno Stradivari del 1701, ribattezzato Kreutzer dal nome del violinista a cui Beethoven dedicò la famosa Sonata (a cui si ispirò Tolstòj per intitolare un suo celebre romanzo breve).

Il programma

Nell'interessante programma di questo atteso appuntamento taorminese, oltre agli "immancabili" Bach (Ciaccona dalla Partita N. 2 per violino solo) e Paganini (quattro splendidi Capricci) della prima parte, trovano posto, nella seconda, la splendida Fantasia concertante su temi dal "Faust" di Gounod Op. 20 del violinista e compositore polacco Henryk Wieniawski (Lublino, 1835 - Mosca, 1880), straordinario virtuoso affermatosi nella seconda metà del XIX secolo in tutti i maggiori teatri del mondo (a Parigi, Berlino, Londra, Pietroburgo e, a fianco di A. Rubinstein, in America); l'Introduzione e Rondò capriccioso Op. 28 per violino ed orchestra che Camille Saint-Saëns compose nel 1870 (pagina per molti versi esemplare della chiarezza compositiva propria del musicista francese, a cui devono moltissimo gli autori d'oltralpe del XX secolo); e, in conclusione, la celeberrima Fantasia sulla "Carmen" di Bizet Op. 25 che costituisce ancor oggi una delle pagine più eseguite di Pablo de Sarasate (straordinario virtuoso spagnolo di fine Ottocento, la cui produzione, per quanto sia stata poco stimata dalla critica - <arte rifinitissima, la sua, - scrisse Ferruccio Busoni nel 1884 - ma esente di robustezza e di virilità> - è rimasta costantemente nel repertorio dei più grandi violinisti, avendo sempre ricevuto da parte del pubblico entusiastica accoglienza).