LA FEBBRE DEL SABATO SERA
di Franco Cicero
La discoteca, tempio dell'effimero, regno incontrastato
di Tony Manero. Non sono ancora trascorsi 25 anni da quando, nel dicembre
1977, fu lanciato negli Stati Uniti "Saturday Night Fever",
destinato a diventare un cult movie e un fenomeno generazionale. Poteva
apparire, in quegli anni fortemente ideologizzati, come un filmetto
di serie B, destinato a essere presto dimenticato dopo una rapida consumazione.
Invece arrivava al momento giusto ed era pronto a raccogliere su di
sé, al di là dei propri valori intrinseci, un carico di
significati che andavano al di là del grande schermo, profondamente
radicati nella società quotidiana, soprattutto giovanile e non
soltanto statunitense.
"Travoltismo", "travoltini": nascevano sulla stampa
efficaci neologismi per indicare gli esponenti di quello che si sarebbe
poi enfaticamente chiamato "popolo delle discoteche". Adesso,
nell'epoca delle "cubiste", quei termini sono in disuso, mentre
sempre sulla breccia è il divo che li ha ispirati, John Travolta.
Al tempo era un ventitreenne pressoché sconosciuto, ma con grinta
e talento. Era stato un bambino prodigio con la passione del canto,
del ballo e della recitazione. Il ruolo di Tony Manero, il protagonista
della "Febbre del sabato sera", gli dava la straordinaria
possibilità di mettere alla prova tutte le sue passioni. In più
c'era anche la comune componente italoamericana.
Manero/Travolta è un tutt'uno: già la sequenza della "vestizione"
ha una naturalezza non comune. Sul filo della nostalgia (per chi già
c'era negli anni '70) oppure di affettuoso sarcasmo (per i giovani del
Duemila) appaiono tutte le componenti essenziali di un irripetibile
look: scarpe con i tacchi, pantaloni obbligatoriamente a zampa d'elefante
e stretti in vita, gilet attillato, camicia dagli ampi colletti a punta
generosamente sbottonata per evidenziare l'abbondante catena d'oro sul
petto, folti capelli accuratamente spazzolati e sempre perfetti anche
nel vortice della danza. Un'identificazione così perfetta che
fece conquistare a Travolta la prima nomination all'Oscar come attore
protagonista (la seconda verrà grazie a "Pulp Fiction")
e che lo rese un modello da imitare: qualunque ragazzo, in discoteca
o nelle feste in terrazza, si esibiva puntando in alto l'indice della
mano destra e agitando il bacino.
In più, nella storia del film c'è, involontariamente forse,
un "quid" di universale: l'ansia di riscatto sociale di un
giovane di umile estrazione e il fascino di poter essere un "numero
uno" almeno sulla pista da ballo. Il merito di aver ideato un soggetto
così al passo con i tempi non è di uno sceneggiatore di
professione, bensì di un giornalista, l'inglese Nik Cohn, che
aveva realizzato un reportage per il "New York Magazine" sui
moderni riti delle "tribù" dei giovani newyorkesi,
in particolare di Brooklyn. Quell'articolo colpì un leggendario
produttore, l'australiano Robert Stigwood, "padre" di tanti
musical storici. Solo per il cinema aveva già prodotto "Jesus
Christ Superstar" e "Tommy", e in seguito avrebbe legato
il suo nome ad altri film musicali come "Grease", "Sgt.
Pepper's Lonely Hearts Club Band", "Staying Alive", "Evita".
Per sceneggiare la storia scritta da Nik Cohn, Stigwood chiamò
l'esperto Norman Wexler (lo sceneggiatore di "Serpico", scomparso
due anni fa) e alla regia puntò sul quasi esordiente John Badham,
un inglese di formazione televisiva che poi avrebbe firmato altri successi
come "Tuono blu", "Wargames", "Corto circuito".
Scenario del film, l'autentica Brooklyn, col proverbiale ponte, dove
Tony Manero lavora come commesso in un negozio di vernici. Vive in una
tipica famiglia italoamericana e nella sua stanza svettano i poster
dei suoi miti: Bruce Lee, Al Pacino/Serpico, Stallone/Rocky. E' a Brooklyn
che troneggia la "2001", la discoteca dei sogni di Tony, che
affida a un torneo di ballo la sua voglia di emergere, di cambiare vita.
La sua è un'esistenza ordinaria, priva di prospettive. E si intravedono
segnali di crisi: suo fratello maggiore è un sacerdote che sente
vacillare la vocazione; Bobby, il più debole degli amici della
comitiva di Tony, è travagliato ma nessuno l'ascolta; Annette
ama Tony ma non è ricambiata; Stephanie è invece la partner
ideale, nella vita come nella danza, ma solo se Tony raggiungerà
la maturità necessaria. La vita reale, insomma, è irta
di difficoltà, riserva dispiaceri, anche acuti. Mentre la pista
da ballo dà la sicurezza di poter conquistare un premio, quando
si è i migliori. Non sempre, però: perché nella
New York multietnica può anche accadere che un trofeo venga ingiustamente
negato a una coppia di ballerini portoricani, per striscianti motivi
razziali. A quel punto Tony Manero saprà far valere la propria
onestà.
Film d'amore, a tratti melodrammatico, "La febbre del sabato sera"
fa emergere uno spaccato credibile, con un linguaggio realistico: tanto
che alcune situazioni furono considerate censurabili (oggi fanno sorridere)
e Badham apportò alcuni tagli per non incappare nelle sanzioni
della censura.
Ma il mito del film, nonostante Travolta e gli spunti interessanti,
non sarebbe mai nato senza la magistrale colonna sonora dei "Bee
Gees", autori di brani perfetti come "Night Fever", "Stayin
Alive", "More Than a Woman", "How Deep Is Your Love".
Universalmente considerati australiani, i fratelli Gibb sono invece
nati in Inghilterra e solo alla fine degli anni '50 la famiglia si era
trasferita in Australia: Barry, il maggiore, è nato a Douglas,
nell'Isola di Man, come pure i gemelli Robin e Maurice. Il fratello
minore, Andy, era nato a Manchester: avrà una discreta carriera
solista, stroncata dalla morte prematura nell'88. I "Bee Gees"
(il nome indica le iniziali di Barry Gibb) sono uno dei più longevi
gruppi della scena mondiale, tra i più venduti di tutti i tempi
e anche tra i più imitati, artefici fin dagli anni '60 di innumerevoli
hit, come "World", "Massachussets", "Too Much
Heaven", "Tragedy", "Love You Inside Out" e
via dicendo. Uno stile inconfondibile, basato sulla voce in falsetto
di Robin, cui fanno da controcanto Barry e Maurice, e su melodie orecchiabili,
ritmi funk: insomma, i "Bee Gees" sono i padri riconosciuti
della "disco music", per questo spesso guardati con perplessità
o con sufficienza. Ma, a decenni di distanza, la loro musica resta fresca
e fruibile, pronta a trasmettersi alle nuove generazioni. Aveva visto
giusto, come al solito, l'acuto Robert Stigwood, sotto la cui egida
i "Bee Gees" hanno raggiunto la fama, non senza - nel corso
dei decenni - alcune conflittualità interne che portarono, nel
1969, anche a un temporaneo scioglimento quando avevano già più
volte conquistato le hit parade internazionali. È sempre Stigwood,
a metà degli anni '70, a riportarli in auge, con un'accorta operazione
in équipe col produttore Arif Mardin, il tecnico del suono Karl
Richardson e l'arrangiatore Albhy Galuten. Fino al magico biennio '77-78
in cui i "Bee Gees" conquistano il disco di platino col loro
primo album dal vivo, "Here At Last
Live", incidono
"Saturday Night Fever", subito dopo "Grease" e -
con minor successo - partecipano al film "Sgt. Pepper's Lonely
Hearts Club Band". Dopo una nuova parentesi di iniziative individuali,
il trio si ricompatta per "Staying alive", diretta emanazione
della "Febbre". Ancora nell'89 ha grande successo il loro
tour mondiale e dal '97 i "Bee Gees" sono entrati nella Rock
and Roll Hall of Fame.
Tra cinema e musica, nulla di più naturale quindi, che "La
febbre del sabato sera" diventasse un musical a tutti gli effetti.
E per l'edizione italiana proprio Sir Robert Stigwood ha voluto Massimo
Romeo Piparo, il regista messinese che è rapidamente diventato
uno degli protagonisti della grande diffusione del musical in Italia,
firmando in successione le messinscene nazionali di "Jesus Christ
Superstar", "Evita", "Tommy" e "My Fair
Lady". Per "La febbre del sabato sera" Piparo ha chiamato
come coreografo Jaime Rogers, della cui prolifica carriera basta ricordare
le coreografie del serial "Fame-Saranno Famosi" e l'interpretazione
del ruolo di Chino nel film premio Oscar "West Side Story"
sotto la guida di Jerome Robbins.
Nel cast spiccano i nomi dell'italo-inglese Sebastien Torkia nel ruolo
di Tony Manero (che seppur giovanissimo ha già al suo attivo
la partecipazione ad alcuni dei musical più importanti del West
End: "Hair", "Grease", "Martin Guerre",
"Singin' in the Rain", e appunto "Saturday Night Fever"),
e dell'americano Bob Simon nella parte del DJ Monty, divenuto ormai
una star grazie alla sua decennale interpretazione del ruolo di Frank'n'Furter
nell'originale "The Rocky Horror Show" che gli è valso
il prestigioso "Tony Award" come best performer nel 1999.
Il ruolo di Stephanie è affidato a Silvia Specchio ("Cantando
sotto la pioggia") e quello di Annette a Francesca Taverni ("A
Chorus Line", "Rent"). Tra gli interpreti anche Paride
Acacia ("Jesus Christ Superstar", "Evita", "Tommy")
che rievoca il "falsetto" di Barry Gibb.
Le scene sono di Giancarlo Muselli ("Jesus Christ Superstar",
"Tommy", "My Fair Lady"), i costumi di Angela Buscemi
("My fair lady") e la direzione musicale di Maurizio Campo
("Grease", "Hello Dolly", "A qualcuno piace
caldo", "Sette spose per sette fratelli", "My Fair
Lady"). Grazie a tutti loro anche il palcoscenico si trasformerà
in un'ideale discoteca, tempio dell'effimero, regno incontrastato di
Tony Manero.