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FALSTAFF e le allegre comari di Windsor
di Franco Cicero
| Gigi Proietti, sempre più felicemente impegnato nella regia
e pronto a dirigere - per la prima volta nelle loro encomiabili
carriere - Giorgio Albertazzi, non ha dubbi: "Il personaggio
di Falstaff non è teatrale e basta. E' il teatro". Tanto
basterebbe per presentare un personaggio così inedito e vitale,
che al tempo stesso è profondamente inglese ed estremamente
universale. Ma ne va almeno raccontata la genesi. Buona parte della
produzione di William Shakespeare accompagna l'ultimo periodo del
regno di Elisabetta I, il periodo più florido, pieno di fermenti
nuovi che lasciano alle spalle un mondo feudale in disgregazione,
greve e opprimente. La nuova Inghilterra elisabettiana è
al contrario viva, assiste a una rinascita commerciale, alla trasformazione
dei contadini in allevatori di ovini, alla ripresa delle attività
marinare, al rifiorire delle arti. Sebbene i profondi contrasti
sociali non vengano risolti, Elisabetta accantona in qualche modo
la questione religiosa sollevata da Maria Stuarda, vara fondamentali
riforme e porta, così, nove lustri di grande splendore ed
egemonia europea. È proprio questa nuova Inghilterra che
si affaccia prepotentemente |
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| nelle due parti dell'"Enrico IV" scespiriano:
un'Inghilterra nata dalle lotte intestine, dall'usurpazione, dai
contrasti civili, ma che al contempo appare molto più legata
al suo stesso popolo. È un'Inghilterra, insomma, sanguigna,
concreta, ben lontana dalla pomposità della corte e dalla
crudeltà delle guerre, più vicina ai bisogni elementari
della gente: mangiare, bere, fare l'amore, vivere e sopravvivere.
Shakespeare risente fortemente di questo clima generale, e mette
in risalto la sua vena fantastica e poetica creando un personaggio
sui generis, John Falstaff, che nell'economia dei due drammi rappresenta
la schietta opposizione alle leggi dell'onore e della politica tipica
della cultura popolare. È così che nella memoria rimane
maggiormente il personaggio di Falstaff che non quella dello stesso
Enrico IV o del principe Hal (il futuro Enrico V). Vizi e virtù
del cavaliere Falstaff sono i vizi e le virtù del popolo
che Elisabetta governava. Quando Elisabetta, lungimirante con gli
inglesi ma estremamente rigida con gli irlandesi, inasprisce le
condizioni dei cattolici dell'Irlanda costringendoli a una conversione
forzata e alla privazione dei terreni migliori ad appannaggio dei
coloni inglesi, l'ostilità irlandese contro gli oppressori
si fa virulenta e sfocia nella rivolta del 1594. Ma sarà
il 1601 l'anno più drammatico del regno elisabettiano: Essex
forte del favore popolare tenta di prendere il potere e organizza
il rapimento della regina. Ma Elisabetta sventa la congiura, fa
arrestare Essex e lo condanna a morte. Nel frattempo Shakespeare
rappresentava emblematicamente "Riccardo III" il cui nucleo
centrale è per l'appunto la deposizione di un monarca. Allusioni
dirette ed esplicite ai fattacci della rivolta d'Irlanda sono contenute
invece nell'"Enrico IV". Elisabetta fa imprigionare anche
l'amico di Shakespeare, Sauthampton con l'accusa di tradimento,
ma non vuole punire gli attori che indirettamente avevano appoggiato
i ribelli. Anzi commissiona al drammaturgo un testo comico che avesse
come protagonista Falstaff, chiedendo esplicitamente che venisse
rappresentato non più in situazioni belliche bensì
nei panni grotteschi di un innamorato. Nasce così, alla fine
del XVI secolo, tra il 1597 e il 1600, "Le allegre comari di
Windsor", commedia dalla freschezza stilistica che ha varcato,
e continua a varcare i secoli, divertendo il pubblico e stuzzicando
la vena creativa di altri celebri artisti di epoche e culture diverse.
Su tutti, il nostro Giuseppe Verdi, che coltivò il sogno
di musicare "Le allegre comari di Windsor" fin da quando
ne aveva visto una gustosa rappresentazione, nel 1849, per coronare
infine il suo desiderio, su libretto di Arrigo Boito, proprio in
extremis: "Falstaff", infatti è l'ultima opera
verdiana, andata per la prima volta in scena alla Scala nel 1893.
Tornando a Shakespeare, la richiesta di Elisabetta doveva servire
a placare il popolo, ma anche a distrarre la corte: la regina mostrò
ancora una volta di conoscere bene i suoi sudditi che non avrebbero
avuto remore a innalzare il cavaliere John Falstaff, inventato da
Shakespeare per arricchire il plot dei due drammi su Enrico, a modello
di comicità che i critici d'ogni tempo hanno paragonato per
forza e fama al Don Chisciotte. Non è un caso, forse, che
proprio in Spagna il grande Orson Welles trovò la produzione
che gli finanziasse, nel 1966, il suo adorato "Falstaff"
("Campanadas a medianoche") da lui diretto e interpretato
- ne aveva ricoperto il ruolo anche a teatro - con sorprendente
adesione. Falstaff il codardo, il beone che si affanna a riconoscere
mirabilianti qualità al vino di Spagna, l'incontentabile
grassone che fa della sua epa motivo di vanto e guadagno ("È
verissimo che di vita sono circa quattro braccia. Ma non mi propongo
di far vita più ascetica; mi propongo di crescere" dice
nelle Allegre comari. E poi parlando con il suo stesso corpo: "Che
ne dici vecchio mio? coraggio e avanti! Da questo corpaccio, finirò
col trarre più vantaggio ora che di quando era giovane. A
quanto pare non si stancano di guardarti. può darsi che dopo
avermi sciupati tanti soldi, tu ora me ne cominci a guadagnare.
Ti ringrazio corpaccio. Lasciali dire che sei enorme e deforme.
Che importa se tu piaci?"), Falstaff compagno di bagordi del
principe Hal è in fin dei conti il buon senso popolare, la
quotidianità carnale contrapposta all'idealismo vacuo del
potere, la concretezza degli espedienti per la sopravvivenza a fronte
del patriottismo ipocrita. Falstaff è il peccato innocente
che non potrebbe accettare il bando, l'allontanamento: non è
peggiore di tanti altri ("Se il vin di Spagna e lo zucchero
sono una colpa, che Dio aiuti i malvagi! Se essere vecchio e arzillo
è peccato, allora più d'un vecchio compagnone di mia
conoscenza sarà dannato; se per essere grassi s'ha da essere
odiati, allora le vacche magre del Faraone dovranno essere amate...").
Forse è vigliacco, non conosce l'onore e il coraggio. Ma
in fin dei conti cos'è l'onore di fronte alla morte, al dolore?
"Che bisogno ho io di correre incontro a chi non mi cerca?
Ebbene non importa, l'onore mi tira innanzi. Ma, e se poi l'onore
mi toglie di mezzo mentre io muovo all'attacco? E allora? Può
l'onore rimettermi al posto una gamba? No. O un braccio? No. Togliere
il dolore di una ferita? No. L'onore non s'intende dunque di chirurgia?
No. Che cosa è l'onore? Una parola. Che cosa c'è in
questa parola onore? Che cos'è quest'onore? Aria. Bell'acquisto!
Chi lo possiede? Quello che morì mercoledì. Lo sente?
No. È dunque una cosa inafferrabile? Sì, per i morti.
Ma non potrà vivere con i vivi? No. Perché? La calunnia
non lo soffrirà. E allora io non ne voglio punto: l'onore
non è che un mero stemma da mortorio, e così finisce
il mio catechismo" (atto V scena I di "Enrico IV").
Falstaff è sostanzialmente un pacifista. Non ama la guerra
e i combattimenti (Laurence Olivier portò sul grande schermo
"Enrico V" nel 1944, proprio mentre l'Inghilterra era
impegnata a resistere al nazismo), non ama esporsi inutilmente alla
morte, ma si aggrappa alla vita con tutte le forze. Quando, sempre
nell'"Enrico IV", Falstaff combatte contro Douglas si
lascia cadere a terra fingendosi morto. Il principe Enrico lo trova
e lo accusa di aver simulato. E Falstaff con la filosofia spicciola
popolare: "Era tempo di contraffare il morto o quel bollente
truculento scozzese mi avrebbe pagato lo scotto e sistemato per
sempre. Contraffare? Io mento; io non ho contraffatto nulla; morire
è contraffare, perché quegli che non ha la vita di
un uomo è la contraffazione di un uomo; ma far finta di esser
morto, quando con questo mezzo uno riesce a vivere, non è
già essere una contraffazione ma proprio la reale perfetta
immagine della vita". La fine di Falstaff - sbeffeggiato dalle
comari nel parco di Windsor e allontanato dal principe Hal una volta
divenuto Enrico V - va letta nell'ottica eticopolitica scespiriana.
In un'opera, come "Enrico IV", che doveva essere l'esaltazione
della forza, dell'autorità, dell'unità regale era
necessario esaltare le qualità del nuovo sovrano che dimentico
dei trascorsi giovanili allontana il suo "maestro" quasi
volesse, bandendo Falstaff, bandire le sue stesse debolezze. Anche
se l'educazione, l'iniziazione, del principe Hal in realtà
non sarà frutto semplicemente di indottrinamento di Stato,
ma sarà passata fondamentalmente anche dalle scapestrate
giornate con il manipolo di ribaldi capeggiato da Falstaff. Un passo
importante di avvicinamento al popolo che avrebbe poi governato.
Essere consapevole di questo suo ruolo grazie alle esperienze maturate
insieme con i ceti più bassi in gioventù lo fanno
diventare il re ideale. Il racconto della morte di Falstaff nell'"Enrico
V", è stato letto, ad esempio, "come il segno di
un leggero rammarico per l'inevitabile eliminazione di un personaggio
che nel contesto edificante di Enrico V non avrebbe avuto assolutamente
spazio". Al pubblico non resta altro che sorridere con Falstaff:
"Io non sono soltanto spiritoso in me stesso, ma la fonte dello
spirito negli altri uomini". |
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