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BOB DYLAN e BANDdi Giuseppe Attardi Cinquanta milioni di dischi venduti, oltre trenta album incisi; incluso da "Life" fra i cento americani più influenti del secolo che abbiamo da poco lasciato alle spalle, commendatore delle arti e delle lettere in Francia, candidato al Nobel per la letteratura; ma, soprattutto, padre e profeta del rock. Bob Dylan, lo scorso 24 maggio, ha compiuto 60 anni, quaranta dei quali passati a raccontare in poesia e musica la strada, la religione, il pacifismo, la lotta per i diritti civili. Nonostante l'età - strana età per una rockstar, se non addirittura incongrua rispetto allo stereotipo che vorrebbe eroi sempre giovani, freschi, esuberanti - Dylan, chitarra a tracolla e armonica a fil di bocca, è nuovamente "on the road".
Da quasi un decennio è impegnato a suonare in giro per il mondo. Un "never ending tour" (un tour senza fine), nel corso del quale ha sempre evitato ogni forma di autocelebrazione, le insidie del revival, continuando - a differenza di molti suoi colleghi - a reinventarsi, a dare fastidio, a non concedere mai quello che il pubblico più nostalgico vorrebbe da lui, eseguendo scabre versioni del suo immenso repertorio, talvolta deformando e storpiando alcuni suoi classici come la celeberrima "Blowin' in the wind". I suoi concerti sono strani, inquieti, spesso rudi e scarni, senza ombra di compromesso. A sessant'anni Bob Dylan è esattamente quello che era negli anni Sessanta: un persecutore inquieto di visioni musicali, un creatore di trame sottili ed eretiche, un profeta di quelli scacciati dal tempio, di quelli che non piacciono alle Chiese e al potere, un eroe solitario che combatte contro chi ha trasformato la cultura in un grande mercato, del consumo e del consenso. Uomo, non santo. Ma capace di scrivere e cantare l'altra faccia della verità, della vita, dell'amore. La storia ha inizio nel freddo di Hibbing, piccolo centro ai confini con il Canada, dove la famiglia Zimmerman si era trasferita quando Bob aveva 6 anni. Prima avevano vissuto a Duluth, nel Minnesota, dove il 24 maggio 1941 era nato Robert Allen Zimmerman: questo il nome registrato all'anagrafe, poi trasformato in Bob Dylan in omaggio a Matt Dillon, eroe di una serie televisiva western degli anni Cinquanta e non - come sempre si era creduto - al poeta Dylan Thomas. Bob ha 14 anni quando la provincia americana viene sconvolta dai teppisti de "Il seme della violenza" di Richard Brooks e dalle provocazioni rock del licenzioso Little Richard. Dietro l'angolo James Dean tentava i giovani all'avventura, alla ribellione. La rivelazione, però, arriva all'Università, quando un amico gli presta il libro "Bound for glory" di Woody Guthrie. L'idolo vagheggiato dal giovane Bob si personifica. Il vagabondare fra realtà e sogni si concretizza. E' la molla per la fuga dalla provincia. Guthrie, il vecchio folksinger, si trova a New York ed è malato: Dylan decide di intraprendere il viaggio verso l'agognata metropoli."Sono arrivato mille miglia lontano da casa per una strada che altri hanno percorso e vedo un mondo nuovo e ascolto poveri e contadini, principi e re", cantava in "Song to Woody". E' la prima pietra del mito Dylan. Era il 1962, e per quel ragazzo dal naso adunco fu subito coniato il termine "canzone di protesta". Ma Dylan, rispetto al suo maestro Guthrie, non era più l'individuo che cantava l'esperienza di un popolo, di una classe sociale, ma l'uomo sensibilissimo agli avvenimenti socio-politici che canta le proprie poesie: era un Allen Ginsberg in musica. Dylan, senza dubbio, è stato il primo e più grande pifferaio della protesta giovanile negli anni Sessanta, con canzoni diventate insuperabili e ancora oggi efficaci inni. Ma non era solo quello. Fu ed è il più grande letterato della musica popolare. Anche in canzoni di protesta come "Blowin' in the wind", "Hard rain", "Times they are a-changin'", c'è una complessità di linguaggio che non è sfuggita ai suoi tanti ammiratori e neanche a tante generazioni di musicisti. E' il senso di quella famosa affermazione di John Lennon, quando nel 1965 disse che era Dylan a mostrare la strada. Era una questione di linguaggio. Provate a riascoltare "Like a rolling stone" o "Mr. Tambourine man" e scoprirete la strabiliante attualità di questo sessantenne. In queste canzoni, come in molte altre sue composizioni, si mette in luce una complessa capacità di invenzione linguistica che all'epoca era assolutamente inedita. Molti dei suoi testi sono enigmatici, ricchi di rimandi e doppi sensi. Alcuni dei suoi dischi più rappresentativi, come "Highway 61 revisited", "Another side of Bob Dylan", "Blonde on blonde", sono i grandi libri di quegli anni. Dischi che hanno colmato il vuoto letterario della generazione sessantottesca, decretando l'egemonia della musica che, in qualche modo, dura fino ad oggi. Più delle parole di Martin Luther King, più delle poesie e dei libri della beat generation, più dei comizi cantati di Joan Baez, le canzoni di Bob Dylan hanno influenzato l'evoluzione della cultura occidentale. Dando voce ai sentimenti, alle ansie, ai sogni e alle aspirazioni che una generazione di giovani non sapeva ancora esprimere, Dylan ha rappresentato l'insieme di tante persone e la sua vita è la biografia non di un uomo, ma di molti uomini. Se oggi il rock ha una sua lingua lo deve a questo sommo maestro di parole in musica. Se in quel lontano 1965 Dylan non avesse sfidato le ire degli "integralisti" folk del festival di Newport, presentandosi sul palco con abiti luccicanti, una Fender Stratocaster e una band, il rock'n'roll sarebbe rimasto tale, ovvero musica per il puro intrattenimento dei teenager. Bob, sino ad allora figlio del Greenwich Village e nuova speranza dei vecchi seguaci di Woody Guthrie, riuscì con quel gesto a saldare in un corpo unico la critica sociale del folk, la poetica dei beatnik e le sonorità elettriche tanto care alle nuove generazioni. Con canzoni come "Like A Rolling Stone" e "Ballad Of A Thin Man" il rock divenne adulto, assurgendo a linguaggio principe della comunicazione giovanile, veicolo del pensiero, dei sogni, delle proteste dei "nuovi americani". Acclamato come poeta, profeta, mistico rabbino, Dylan ha sempre rifiutato questo tipo di definizioni: "Io profeta? In nessun modo. Non conosco il funzionamento del sistema politico, ho sempre considerato la politica come una parte dell'illusione generale. E, come ha detto Henry Miller, il ruolo di un artista è quello di trasmettere al mondo la sua disillusione". Un poeta e un musicista che insegue l'Utopia, viaggiando attraverso le porte della percezione, tra visioni e realtà, tra razionalità e passione, tra fragole e sangue. Sangue di morte, sangue di resurrezione. Perché la crisi mistica è già annunciata nel 1962 in "Long ago far away", in cui parla della crocifissione, o in "Sign on the cross", contenuta in quei "Basement tapes" realizzati - come narra la leggenda - durante la sua convalescenza in seguito a un incidente motociclistico che tenne Dylan lontano dalle barricate nel 1968. che il momento particolare che stava attraversando una generazione senza più ideali e valori per cui lottare. Un percorso interiore che lo porterà ai piedi di Papa Giovanni Paolo II, davanti quale, stanco e malato, Dylan s'inginocchiò al termine di uno straordinario concerto bolognese. Scontroso, arcigno, irsuto, un nugolo di capelli sgraziati su quel naso adunco che da quattro decenni simboleggia il suo spigoloso rapporto con il mondo, Dylan mostra adesso al mondo i suoi sessant'anni, le sue ferite e le sue cicatrici dell'anima. Ha un volto autentico, da nobile superstite, da sopravvissuto impegnato in una sua particolare forma di resistenza umana. Imperterrito continua a seguire la sua strada. Forse i giovanissimi, abituati agli standard ritmici e sonori di oggi, fanno fatica ad apprezzare quella voce di "sabbia e di colla" (la definizione è di David Bowie), a volte assolutamente sgradevole. Forse si trovano a disagio di fronte ai suoni acustici o anticamente elettrici dei suoi concerti. Ma forse dovrebbero riscoprire questo scomodo artista senza il quale la musica rock oggi non sarebbe quella che è. Un po' come è accaduto in America, lo scorso marzo, quando finalmente Hollywood si è ricordata di lui assegnandogli l'Oscar per la migliore composizione originale scritta per il film "Wonder boys". Un atto dovuto nei riguardi di un uomo che non è mai sceso a compromessi con se stesso e con lo show business, e che ha affidato alla musica il compito di spiegare le sue scelte. Un po' quello che avviene proprio in "Things Have Changed", il brano scritto per il film del regista Curtis Hanson e incentrato sulla storia di un ragazzo prodigio della letteratura alle prese con la gestione della sua improvvisa notorietà. Dylan sembra aver ritagliato su di sé la prima strofa della canzone, quasi il manifesto di questo ragazzo prodigio del rock che durante i suoi quarant'anni di attività si è sempre rimesso in discussione, anche soffrendo, rinunciando a vivere di una rassicurante rendita: "Un uomo preoccupato con la mente piena di pensieri/ nessuno davanti a me e niente dietro/.../guardo in alto verso il cielo tinto di zaffiro/sono ben vestito aspettando l'ultimo treno". |
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