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GORAN BREGOVIC in concerto

di Giuseppe Attardi

La sua musica è una miscela che nasce dalla frontiera balcanica, una terra misteriosa dove si incrociano tre culture: ortodossa, cattolica e musulmana. Le sue composizioni mettono insieme folk balcanico e raffinata tecnologia, ritmi sfrenati e temi sacri. Grazie anche al fortunato sodalizio con Emir Kusturica, suo concittadino di Sarajevo e regista di capolavori come "Il tempo dei gitani" e "Underground", ha sfondato in Europa. Adesso, chiusa polemicamente l'esperienza con il regista, Goran Bregovic si è dedicato a tutto campo alla musica, a quel rock che - come racconta - "era in Bosnia la sola possibilità di esprimere il nostro malcontento senza rischiare di finire in galera, o quasi...".
Di madre serba e padre croato, come tanti cittadini bosniaci, Bregovic è quasi un simbolo della Bosnia multietnica. Nella Sarajevo underground pre-bellica, verso la metà degli anni Sessanta, comincia la storia di questo zingaro dei suoni. E' qui che il primo Bregovic, dopo aver mal sopportato alcuni anni di conservatorio e lo studio del violino, forma il suo primo gruppo rock, i Bestije (Le Bestie), cominciando a infiammare i giovani. Ed è negli ambienti artistici di Sarajevo che incontra Emir Kusturica, già cineasta amatoriale ma anche bassista di un gruppo punk. I due si frequentano fino alla partenza del regista per la prestigiosa scuola di cinema di Praga. Goran s'iscrive alla facoltà di Filosofia, ma dedica la maggior parte del suo tempo alla musica, suonando con gruppi rock come i Kodeks, Jutro e soprattutto White Button (Bijelo Dugme), la formazione che lo accompagnerà per quindici anni e con la quale inciderà ben tredici album, diventando la stella più luminosa della musica bosniaca. Dischi, successo, soldi, belle donne e lsd. Era questo il ritornello della vita di Goran. Stanco del ruolo di idolo dei teenager, decide di cambiare rotta. "Il tempo dei gitani", memorabile affresco del popolo rom in bilico tra realismo e sfrenata fantasia, segna l'inizio della collaborazione con Kusturica. Siamo alla fine degli anni Ottanta, sulla Jugoslavia orfana di Tito cominciano a soffiare venti di guerra. La Bosnia diventa una pericolosa polveriera. Ai suoi concerti si vedono sventolare sempre più bandiere serbe, e le sue canzoni diventano inni nazionalisti. Capisce che l'aria jugoslava sta diventando pesante e allora abbandona Sarajevo per trasferirsi a Parigi. "E' molto romantico pensare che noi artisti possiamo cambiare le cose - commenta - Purtroppo, però, la storia della Jugoslavia la fanno i soldati, non i musicisti. Il problema è la mancanza di cultura democratica. Durante il comunismo era imposta dall'alto, dopo non si è sviluppata. In Francia la cosa peggiore immaginabile è che la destra moderata si allei con i fascisti; da noi i politici sono pronti a far uccidere centomila persone pur di imporre le loro idee". Più facile, invece, cambiare la storia della musica. Magari lanciando uno stile nuovo e facendo conoscere una cultura sconosciuta oltre la ex cortina. A Parigi incontra nuovamente Kusturica. La collaborazione fra i due diventa quasi esclusiva. Bregovic sarà per il regista bosniaco quello che era Nino Rota per Federico Fellini o Michael Nyman per Peter Greenaway. Dal rinnovato sodalizio nascono "Arizona dream", che squadrava l'America da una prospettiva romantica e allucinata, e, soprattutto, "Undeground", che esplorava gli orrori della guerra e dei regimi e per le cui musiche Bregovic attinge a quello straordinario repertorio delle fanfare d'ottoni balcaniche che lo rende immediatamente celebre. In Francia Goran Bregovic entra in contatto anche con nuove realtà e, in particolare, con una musica diversa, cameristica, suonata dal Balanescu Quartet. E' la svolta, chitarra elettrica e batteria finiscono nel bidone, e dalla penna di Bregovic fioriscono non più canzoni, ma composizioni di grande respiro, dalle sonorità fragorose, selvagge, un po' alticce, alternate ad altre solenni, toccanti. E' una formula che fonde Bartok e il jazz, tanghi e ritmi folk slavi, suggestioni turche e vocalità bulgare, polifonie sacre ortodosse e moderni battiti pop. Miracolosamente, Bregovic riesce a trascinare nel suo calderone musicale anche le voci di Iggy Pop, Scott Walker e Johnny Deep (e più tardi anche quelle di Ofra Haza e Cesaria Evoria). Si può definire "World Music". Forse. O, come la definisce lo stesso artista, un "piccolo sogno balcanico" nato in una Sarajevo crogiuolo di culture diverse: "Per via dei cinquecento anni di dominazione, la città era diventata un punto d'incrocio di musiche diverse - ricorda - Musiche rumene, ungheresi, bulgare, greche, italiane, turche. E la musica religiosa fungeva da collante. Anch'io sono stato influenzato dalla maestosità dei riti della chiesa ortodossa e cattolica. Ma il senso della mia ricerca oggi non sta tanto nell'ansia di apprendere, ma di dimenticare. La conoscenza per me è la tabula rasa. Questo mi dà libertà di sentirmi a mio agio con la musica". Ed è nei suoi spettacoli che captiamo l'essenza della sua arte. Spettacoli che non nascono da effetti speciali, ma dai musicisti presenti sul palco. Da un lato l'austera Orchestra di Belgrado, in bianco e nero; dall'altro le Voci Bulgare, quattro vocalist straordinarie in variopinti costumi folkloristici; in mezzo Bregovic, abiti bianchi e chitarra elettrica in braccio, e il massiccio direttore-percussionista, Ognjen Radivojevic; dietro di loro la "Wedding & Funerals Band", fanfara di ottoni che aggiorna la tradizione dei complessi ottomani e rom. "Loro suonano davvero ai matrimoni e ai funerali", spiega. E' la tradizione ortodossa: dopo il rito funebre si mangia, si beve e per un po' il dolore lascia spazio alla musica. Una tribù senza confini: in totale 41 persone, assolutamente indispensabili per saper ricreare dal vivo quella musica per immagini di cui Goran va giustamente fiero. Ecco, la sua musica è qualcosa che si traspone all'ascolto; e così l'ascoltatore diventa anche spettatore di visioni figlie di oniriche immagini sonore, che sanno parlare della sfrenata gioia di un matrimonio zingaresco ma anche della cupezza di una terra sgretolata dalla guerra. Impossibile resistere alla malìa di questo ubriacante cocktail balcanico. Così ogni volta, anche in sedi austere, come l'Accademia di Santa Cecilia di Roma dove Bregovic si è esibito più volte, si rinnova il rituale: il pubblico abbandona i seggiolini e si lascia andare a danze vorticose sotto il palco. Tutti insieme, giovani, anziani, bambini, travolti dai ritmi di "Kalasnjikov" e "Mesecina", i pezzi trainanti della colonna sonora di "Underground". "Propaganda serba" era stato bollato il film dai suoi detrattori. Ma in realtà nel film - Palma d'oro a Cannes - c'era qualcosa di più: "Underground", la cantina dove i protagonisti venivano tenuti all'oscuro delle vicende reali, era una metafora tragicomica del dramma jugoslavo, del regime e dei terribili segreti della guerra. Se in Paesi come Francia e Grecia è da tempo una star, in Italia Bregovic è stato scoperto più tardi. "A diciotto anni - ricorda - già suonavo a Ischia e Capri, ma la gente era meno curiosa. Oggi c'è più interesse per queste sonorità". Oggi anche in Italia è diventato una star. Lo cercano Vinicio Capossela, che gli vuol far produrre il suo nuovo album, il piccolo Teatro di Milano, che gli propone di curare una compilation di musicisti italiani, e il Comune di Palermo che gli affida le musiche per la tradizionale festa di Santa Rosalia. E' apparso in televisione con un clamoroso duetto con Adriano Celentano in "Ventiquattromila baci", classico del "Molleggiato" e - incredibile a dirsi - canzone italiana più popolare in Jugoslavia (vedere per credere "Ti ricordi di Dolly Bell" di Emir Kusturica). Ed è salito addirittura sul palco del Teatro Ariston di Sanremo, prendendo parte anche alla "giuria di qualità". Nonostante successo, popolarità e queste divagazioni mondane, Bregovic non sembra voler rinunciare alla sua attività di sperimentatore musicale, divertendosi a provare ogni contaminazione, dalle canzoni per bambini alle sinfonie più complesse, restando aperto alle più diverse forme di collaborazione, come le recenti esperienze discografiche con l'artista greco George Dalaras o la star turca Sezen Aksu o ancora con la cantante polacca Kayah. Un punto, per il musicista bosniaco, resta fermo: "E' sempre meglio una banda gitana, magari stonata, di una 'Madame Butterfly' imbalsamata dalla routine". La cultura dei gitani continua a esercitare un grande fascino sulla sua arte: "Loro - spiega - sono sempre abituati a convivere con il pericolo e per questo motivo hanno dovuto creare anche nella musica un sistema di adattamento. Ne è sortito un sound di temperamento che io definirei alla cowboy, perché gli zingari sono i cowboy d'Europa". Goran Bregovic non si stancherà mai di esplorare le frontiere della musica. Ma nel cuore gli resterà sempre lo spirito libero e selvaggio della frontiera balcanica.