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La Febbre del Sabato Sera

E' stato uno degli eventi cinematografici più significativi e caratterizzanti degli anni 70 e creò in tutto il mondo il fenomeno "disco". Tutto nacque dai sobborghi di Brooklyn dove il reporter inglese Nik Cohn, che lavorava per il New York Magazine, stava realizzando un servizio sulle zone violente della città. Accompagnato da un ballerino di "black disco" vide, passando davanti ad un night club, la scenografia esterna del "2001 Disco" che sarebbe stata poi di ispirazione per il palcoscenico del "Palladium". Un gruppo di teenagers affollava l'entrata e tra loro c'era un giovane vestito in giacca e cravatta che sembrava avere un fascino del tutto speciale e indefinibile: non tanto per il modo di indossare gli abiti o per lo sguardo, ma per quella energia repressa, o meglio per quel forte desiderio di voler conquistare, per la propria vita, un palcoscenico più grande che il marciapiede del Bay Ridge. Fu da questa breve, fulminea impressione che nacque poi il carattere di Tony Manero. Pubblicato l'articolo con questa storia Chon ricevette una telefonata dal produttore Robert Stigwood che si era immediatamente reso conto che quello

sarebbe stato il soggetto per un grande film. Dopo aver avuto il contatto con Cohn, Stigwood ingaggiò Norman Wexler per scrivere la sceneggiatura e John Badham per dirigere il film. Contemporaneamente scritturò John Travolta per ben tre film, Saturday Night Fever sarebbe stato il primo di questi e sarebbe stato seguito da Grease. Quindi Stigwood ricostituì, con Paul Nicholas e David Ian, il fortissimo team che aveva portato sul palcoscenico del West End, Grease. Tutto questo per creare uno dei più grandi e spettacolari show che mai fossero stati rappresentati nel West End, con un cast di 43 persone ed un budget di 4 milioni di sterline. Saturday Night Fever è certamente incentrato sul ballo e l'importanza del ballo nella produzione è enfatizzata dal fatto che la coreografa, Arlene Phillips, è anche la regista. La vita di Tony Manero, la sua speranza di trovare un lavoro, il suo desiderio di liberarsi dai lacci della sua infanzia ed essere protagonista, per sentire su di sé i riflettori e vivere la vita della grande metropoli, è davvero un mito universale che può essere applicato, in ogni tempo, ai teenagers di qualsiasi generazione e di qualsiasi cultura.